Il gioco d’azzardo in Italia

Negli ultimi anni c’è un settore, forse l’unico in un panorama per altri versi desolante, che non ha conosciuto alcuna crisi, ed è quello del gioco d’azzardo. Il quale anzi, al contrario di quanto è accaduto per la maggior parte dei settori produttivi, non ha visto ridurre i suoi introiti ma li ha visti aumentare esponenzialmente.

Gli italiani, da sempre noto come popolo di giocatori, giocano sempre di più: sembra che amino affidare il proprio destino al caso e alla sorte più anche al lavoro e alle doti personali. Con il risultato che le case dello Stato si ingrassano. Oppure no? Il dato drammatico che emerge dagli ultimi numeri raccolti è che ormai non c’è nemmeno più il vantaggio di poter dire che dal gioco d’azzardo lo stato ricava somme da poter investire in progetti di pubblica utilità, perché semmai è vero il contrario. Se nel tempo le cifre investite nell’azzardo sono cresciute a dismisura, al contrario è diminuita l’entrata derivante all’Erario dal gambling. Per quanto possa sembrare inverosimile è esattamente questo che sta accadendo: andiamo ad esaminare qualche numero. Nel 1998 la spesa complessiva degli italiani nel gioco d’azzardo era di 12,5 miliardi, che sono saliti a di 24,7 miliardi nel 2007, vale a dire 721 euro pro capite. L’aumento quindi è sensibile, ma non è finito: nel 2017, secondo i Monopoli di Stato, siamo saliti a 101,85 miliardi con spesa pro capite di 1.697 euro. Questo significa che un italiano spende per l’azzardo, in un anno, quello che potrebbe essergli utile per acquistare, ad esempio, un piccola utilitaria; o che, in media, spende molto di più per il gioco d’azzardo che per la sua istruzione. Senza contare che contemporaneamente è diminuita la capacità di risparmio del popolo italiano, per il quale un tempo era famoso. Anziché mettere da parte i soldi per un futuro che resta comunque incerto, tanto vale usarli oggi per sfidare la sorte e hai visto mai. In tutto questo la quota che va all’erario è crollata miserevolmente: nel 2004 in tasse finiva circa il 29,44% della spesa complessiva, mentre nel 2017 solo il 9,63%. Senza contare, ovviamente, il gioco d’azzardo illegale in mano alle mafie: naturalmente i dati che conosciamo riguardano solo il gioco legalizzato dai Monopoli. Ma il sommerso esiste, eccome, non è stato affatto debellato, anzi, paradossalmente l’aumento della domanda ha fatto in modo che proliferasse ancora di più che in passato. Per capire un po’ meglio quello che sta accadendo può bastare un esempio su tutti, quello che riguarda il Lotto. Un tempo vi era una sola estrazione settimanale: fu aumentata a due estrazioni settimanali da Walter Veltroni e Vincenzo Visco con la scusa che i soldi entrati in tasse sarebbe stati usati per finanziare progetti legati all’arte e alla cultura. Nello specifico, si intendeva destinare i soldi del Lotto al restauro del ricco patrimonio artistico italiano. In effetti per alcuni anni questo obiettivo è stato raggiunto: tra il 1998 e il 2000 furono finanziati con gli introiti del Lotto progetti ambiziosi quali l’ampliamento dei percorsi museali degli Uffizi di Firenze e del Museo Egizio di Torino; l’apertura della Domus Aurea a Roma, e il restauro degli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Con il tempo gli introiti sono aumentati: oggi con il 10 e Lotto c’è un’estrazione ogni 5 minuti. Ma i progetti finanziati negli ultimi anni sono stati pochissimi, e ora non se ne parla più affatto. Insomma, il gioco d’azzardo è ormai diventato solo un business anche per lo Stato, senza più alcuna scusante di pubblica utilità.