La ludopatia studiata dall’intelligenza artificiale

Possono le macchine aiutare a dare una nuova spiegazione alle ludopatie e alla dipendenza dal gioco d’azzardo? Questo è quello che sembrerebbe dire un recente studio condotto in sinergia dal Consiglio nazionale delle ricerche (Ibfm-Cnr) di Catanzaro e dall'Università della Calabria, e in seguito pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Neuroscience Methods”.

Da anni psicologi e studiosi della mente umana cercano di tratteggiare l’identikit del gambler patologico, di chi cioè non riesce a lasciare il gioco confinato ad una sfera di puro intrattenimento ma ne diventa dipendente, fino a rovinare la sua vita e spesso anche quella delle persone che gli sono più vicine. Adesso questa stessa operazione è stata tentata con l’ausilio di un’intelligenza artificiale, di un calcolatore elettronico il quale è stato programmato su uno specifico algoritmo volto a tratteggiare i tratti dominanti dei giocatori patologici. I dati da cui anche un’intelligenza artificiale deve partire sono quelli oggettivi e concreti della psiche umana. Si sono così raccolte le testimonianze dei pazienti di alcune strutture riabilitative di Milano e Catanzaro, per riuscire ad avere un campione rappresentativo dei giocatori patologici. Insieme ai dati di 40 degli ospiti di queste strutture sono stati inseriti anche i dati relativi a 160 persone “normali”, vale a dire che non si sono mai avvicinate al gioco d’azzardo. All’intelligenza artificiale è stato chiesto di elaborare la mole di informazioni immesse sulla base di 30 caratteristiche tipiche della personalità umana, al fine di identificare quelle predominanti nei gamblers accaniti. Il risultato è stato il seguente. La persona che è maggiormente predisposta a sviluppare una patologia nei confronti del gioco d’azzardo, e quindi una dipendenza, ha una scarsa apertura mentale e non è molto consapevole di se stessa e del suo ruolo nel mondo. Tende a non avere fiducia nel prossimo ed è tendenzialmente depressa, sempre alla ricerca di uno stimolo positivo ed emozionale. Ovviamente questi tratti da soli non sono probanti e non servono a definire il gambler patologico in tutto e per tutto. Devono sempre essere considerati, infatti, anche i dati ambientali e sociali: ad esempio un ambiente di vita degradato, mancanza di educazione, problemi di tipo economico. Si può dire comunque che i risultati portati dall’intelligenza artificiale confermano in modo matematico molte delle conclusioni a cui erano giunti coloro che da anni si occupano della riabilitazione di coloro che cadono vittime della ludopatia. Come ha sottolineato Antonio Cerasa, ricercatore Ibfm-Cnr, tutti gli studi anche pregressi confermano il fatto che un giocatore d’azzardo patologico sviluppa la sua patologia per via di diversi fattori. Sicuramente vi è un deficit basilare, che è quello analizzato dall’AI, ma a questo si devono sommare altre condizioni, ad esempio la presenza di eventuali disfunzioni cerebrali, insieme a traumi subiti nella propria storia personale. In sostanza, ha concluso Cerasa, lo studio attraverso il calcolatore elettronico è servito ad identificare quelli che in medicina vengono definiti “marcatori”, vale a dire gli indizi “genetici” che possono far sospettare una maggiore predisposizione nei confronti di una determinata malattia (nel nostro caso la ludopatia) ma da soli non possono dire se un soggetto si ammalerà effettivamente o meno. La ludopatia potrebbe essere definita una malattia neurologica che non funziona per tutti alla stessa maniera, e che potrebbe svilupparsi o meno, così come altre malattie neurologiche, in concomitanza con un particolare evento, o nel momento in cui il soggetto viene messo in determinate condizioni che fanno “scatenare” il male.