Le nuove norme per il contrasto al gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo, per il Governo italiano, è un po’ croce e delizia. Da un lato, infatti, porta notevoli introiti all’erario, più di qualunque altro comparto produttivo del Paese. Dall’altro, però, presenta enormi problematiche a livello sociale, gestionale, e di lotta alla malavita.

Legislatura dopo legislatura, i vari personaggi che si sono dovuti confrontare con questa tematica hanno escogitato diverse possibili soluzioni per arginare il fenomeno che in primis preoccupa chi gestisce la cosa pubblica, vale a dire il rischio di ludopatia. Il precedente governo, nella persona del senatore del PD (Partito Democratico) Franco Mirabelli, aveva avanzato la proposta di rivedere in toto il sistema di tassazione del gioco d’azzardo, e di ristrutturare tutto il comparto, compreso quello del gioco on line. Le proposte di Mirabelli non hanno avuto seguito, ma qualcosa è stato fatto. Con la Legge di Bilancio del governo Renzi del 2017 è stato deciso uno stop all’installazione di nuove macchinette slot, consentendo solo la sostituzione di quelle di vecchia fabbricazione con le più moderne VLT (che consentono vincite assai più elevate). La restituzione del giocato, però, è stata diminuita, passando da un precedente 78% al 70%, aumentando, di contro, gli introiti delle casse statali. Altra misura che è stata presa in seno alla Conferenza Stato-Regioni è stata la limitazione di orari e collocazione delle sale da gioco, e infine sono state imposte delle regole restrittive anche alla pubblicità. Infatti le pubblicità dei casinò on line e, in generale, dei vari giochi d’azzardo più amati dagli italiani (dai Gratta&Vinci al Lotto) sono state limitate in radio e in televisione alla fascia oraria compresa tra le 7:00 e le 22:00. Il nuovo governo, nella persona del Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, ha già annunciato che ha intenzione di dare un’ulteriore stretta al gioco d’azzardo vietando in toto le pubblicità così come, in passato, è stato fatto per le sigarette. La notizia, comprensibilmente, non ha fatto piacere a tutti coloro che conseguono grandi guadagni dalla partnership con le varie società che operano nel mondo dell’azzardo, che di certo vedrebbero calare in modo sensibile i loro introiti. Anche per le casse statale ci sarebbero meno entrate, ma Di Maio ha giustificato la sua scelta sostenendo che, di contro, si riuscirebbero a contenere i costi sociali che presentano le ludopatie. In una parola, secondo il Ministro quanto le casse statali incassano grazie alle tasse sul gioco d’azzardo viene praticamente nullificato dalle spese che si devono poi sostenere per recuperare chi si è ammalato di gioco d’azzardo patologico. Anche in merito a questa affermazione si è scatenata una ridda di polemiche. Considerando che le entrate che derivano all’erario dalla raccolta del gioco d’azzardo (vale a dire dal totale di soldi che gli italiani spendono ogni anno per queste forme di intrattenimento) sono pari a 80 miliardi di euro, si è chiesto al Ministro di dimostrare la sua affermazione presentando una rendicontazione dei costi della cura della ludopatia. In verità, la spesa sanitaria in se è molto inferiore alle entrate. Ciò non toglie che la spesa cui si riferisce Di Maio include anche le ripercussioni collaterali che la dipendenza dal gioco comporta, ad esempio, una minore produttività al lavoro. Altro dubbio che è stato sollevato è se una simile misura non potrebbe tornare ad incentivare il gioco d’azzardo illegale, che in realtà non è mai stato debellato del tutto. Quindi la questione resta aperta, ma quel che è certo è che essa ha bisogno di essere regolata in modo definitivo poiché è sempre più di fondamentale importanza per gli equilibri del Paese.