“Vivere alla grande” contro il gioco d’azzardo legale

Quando si pensa alla dipendenza dal gioco d’azzardo, alla cosiddetta “ludopatia”, subito la si associa ad una realtà illegale e criminosa, come se la dipendenza dal gioco potesse essere qualcosa che si sviluppa soltanto da attività poco chiare e non riconosciute dalle istituzioni.

In realtà, le associazioni che si occupano di combattere e curare queste malattie sanno bene come il vero pericolo invece derivi proprio dal gioco legale. Il gioco d’azzardo legalizzato ha un’apparenza innocua e rassicurante, come se solo per il fatto di essere irreggimentato e tutelato dai Monopoli di Stato non dovesse celare alcun pericolo. Le cose però stanno ben diversamente. Se lo Stato decide di regolare e controllare il gambling è perché questo è l’unico modo di poter usufruire anche dell’enorme massa di denaro che esso movimenta. Ma, come sempre, ciò che accade è che pochi si arricchiscono a danno dei molti. Anche se non ci sono truffe e tutto è regolare, il concetto di “gioco d’azzardo legale” porta con sé moltissime implicazioni a livello sociale, soprattutto in una società dove la povertà è sempre più diffusa e moltissime famiglie faticano ad arrivare a fine mese. Attraverso rassicuranti campagne pubblicitarie e la facile accessibilità di tutte le forme di gioco più diffuse (Bingo, Gratta è Vinci, scommesse sportive) le persone credono di avere davanti la proverbiale gallina dalle uova d’oro, qualcosa che, come per magia, possa risolvere tutti i loro problemi economici. Questo non solo spinge molti soggetti a dilapidare il loro già esiguo patrimonio, ma crea delle situazioni che vanno a minare il tessuto stesso del vivere civile. L’arte può fare molto per sensibilizzare il pubblico nei confronti di queste problematiche, e una forma d’arte che al giorno d’oggi ha il potere di raggiungere grandi masse di persone è il cinema. L’espressione cinematografica è la stessa che viene usata nei brevi ed incisivi spot pubblicitari che divulgano l’uso del gioco d’azzardo; il regista Fabio Lelli ha dunque pensato che un lungometraggio potesse essere un buon modo per veicolare il messaggio che ha pensato di dare al pubblico. Lelli ha spiegato il modo in cui ha maturato l’idea di fare un film che cercasse di illustrare i potenziali pericoli nascosti del gioco d’azzardo legale. Ha raccontato che un Natale, al momento dello scambio dei regali, una signora adulta ha regalato ad una ragazza di 16 anni una busta al cui interno erano contenuti cinque Gratta&Vinci. Questo lo ha indotto a riflettere sul senso che ormai il gambling ha assunto nell’immaginario collettivo, e ha capito che tanti discorsi, numeri e statistiche, non servono a niente. Sui giornali si può leggere quotidianamente la percentuale di coloro che si rovinano al gioco, ma questi non restano che aridi dati. Nel suo film, che ha intitolato “Vivere alla grande”, Lelli invece ha presentato delle storie vere e concrete, persone che potrebbero essere i conoscenti di chi guarda la pellicola e che quindi possono lasciare un segno più incisivo. Il lungometraggio è stato prodotto grazie al crowdfunding dalla Human Tree Production e si è avvalso dell’ausilio di molte associazioni che si occupano di aiutare i soggetti affetti da ludopatie. “Vivere alla grande” è uscito nel 2015 ed è stato presentato al Festival di Locarno; in seguito ha cominciato a girare in un circuito di sale selezionate. Molte proiezioni sono state poi dedicate agli studenti e alle scuole, al fine di riuscire a sensibilizzare soprattutto i più giovani, che sono tra i soggetti più esposti ma anche tra quelli più facilmente recuperabili.